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L’Italia è il nostro partito

Siamo il Partito Democratico, nato per attuare i principi della Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica. Siamo il Partito erede della Resistenza, del movimento operaio, dello Statuto dei lavoratori, di un patrimonio di storie e valori che hanno unito una comunità. Siamo nati per attuare quei principi e quegli ideali democratici di uguaglianza e di giustizia sociale che i nostri padri e le nostre madri costituenti, con passione civile e lungimiranza, hanno voluto assegnare alla parte I della Carta e di cui l’articolo 3 rappresenta la più alta tensione ideale, morale, culturale e politica.

La nostra Costituzione non si ferma al riconoscimento dell’uguaglianza contro ogni forma di discriminazione, formale e materiale, ma va oltre, assegnando allo Stato il compito di creare azioni positive per superare quelle barriere di ordine naturale, sociale, economico che non consentono a ciascuno di noi di realizzare pienamente la propria personalità ed il proprio progetto di vita. Questo concetto è fondamentale perché, in esso, lo Stato e le sue articolazioni si assumono la responsabilità e l’impegno di rimuovere gli ostacoli materiali di partenza, che impediscono il raggiungimento di questi obiettivi: la visione di una piena uguaglianza delle opportunità, come principale finalità politica e sociale della Repubblica, nell’agire concreto dell’insieme delle politiche pubbliche, per mettere tutti i cittadini nelle stesse condizioni di partenza.

Corre oggi nel Paese, per dirla con Salvatore Settis, prendendo a volta i colori dell’indignazione, a volta quelli della rassegnazione e della rinuncia, una domanda: è ancora possibile progettare un futuro in cui abbiano citta- dinanza valori come giustizia, equità, democrazia, libertà? In cui il cuore della politica non sia incentrato sulle alleanze politiche, ma sui diritti civili? In cui per politica non si intenda un mestiere fra tanti, ma il confronto fra cittadini nella polis, cioè nella comunità?

Può essere possibile, noi crediamo, solo se sapremo ricollocare i diritti sociali e civili e il bene comune, al centro di un nuovo discorso sulla democrazia e sulla cittadinanza. Se sapremo unire il Paese, ricucire le sue ferite, affrontare le diseguaglianze e le troppe ingiustizie sociali. E tutto questo deve prendere corpo, in un nuovo progetto di coesione sociale e nazionale rappresentato dal Partito Democratico che dev’essere il principale riferimento della società italiana a cui tutti sono invitati a partecipare.

Oggi il 40 per cento dei giovani italiani è disoccupato, la precarietà ha rubato il futuro a milioni di ragazzi e ragazze, non si formano nuove famiglie perché non c’è sicurezza, un italiano su 5 è in povertà assoluta, mentre l’1 per cento più ricco del paese, detiene il 25 per cento della ricchezza nazionale, l’accesso alle cure sanitarie è fortemente condizionato dal reddito e dal grado di istruzione. Un nuovo progetto di coesione nazionale e sociale è il grande tema da cui ripartire, su cui rifondarci e su cui ricostruire l’identità del Partito Democratico.

La crisi economica ha di fatto aumentato la fascia della popolazione più povera, (4 milioni e mezzo secon- do Istat), dei working poors, dei precari, lasciandosi alle spalle una schiera di disoccupati, famiglie in diffi- coltà, anziani con pensioni che non consentono di provvedere adeguatamente alle cure. Avere un reddito basso e vivere da soli, senza una rete di protezione o senza l’ammortizzatore sociale per eccellenza, ovvero la famiglia, significa ammalarsi di più di malattie croniche e curarsi peggio.

Sono 3 milioni e mezzo i bambini che vivono in povertà in Italia, con conseguenze a livello di abbandono scolasti- co, esclusione sociale, alimentazione, salute, come ci ricordano l’Istat e Save the Children. In Italia, il 32 per cento dei giovani con meno di 17 anni è a rischio povertà ed esclusione sociale, contro una media europea del 27.7%. Come rilevato da tutte le indagini economiche, sono proprio l’occupazione, il reddito e la ricchezza a rappresen- tare le dimensioni in cui i cittadini percepiscono oggi le disuguaglianze più forti.

E poi c’è il problema Europa. La crisi iniziativa nel 2008 è la più grave dopo quella del 1929 ed ha radici profon- de nell’economia, nella società, e in tutte le promesse di crescita, sviluppo e uguaglianza che si sono infrante. Viviamo una fase di depressione economica che ha messo in luce la vulnerabilità delle democrazie nazionali e di alcuni dei principi di civiltà su cui esse si sono fondate, se pensiamo a tutto il tema della immigrazione. La reazione dell’Europa, di fronte a questa crisi è del tutto inadeguata. Essa si è espressa in modo superficiale con gli attacchi speculativi ai debiti sovrani, una risposta conservativa del rigore delle finanze pubbliche e della disciplina di bilancio. Le conseguenze sull’economia, sulla politica e sulla tenuta sociale sono sotto gli occhi di tutti, e mettono in pericolo la stessa tenuta dell’Europa e l’integrazione fra i paesi europei. Bisogna invertire la rotta, rilanciando l’investimento pubblico per la crescita e la coesione sociale.

Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, a costruire una nuova coesione nazionale e sociale a partire dai principi cardine della nostra Costituzione. Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, a riprendere per mano gli ultimi, i milioni di italiani che sono in difficoltà, che si sono sentiti abbandonati, i milioni di giovani in cerca di un lavoro vero.

Dobbiamo guardare il mondo con lo sguardo delle periferie. Con lo sguardo dei più deboli. Di chi non riesce ad esprimere e mettere a frutto i propri talenti e le proprie capacità perché intrappolato nella sofferenza e nella povertà. Occorre spezzare le trappole della disuguaglianza, che impediscono a gruppi e persone di sviluppare le proprie ambizioni di vita contribuendo al progresso della comunità. Non la meritocrazia formale di chi guarda solo ai vincitori e premia chi è già forte, lasciando indietro i più deboli. La meritocrazia deve essere sostanziale. Deve essere uno sforzo continuo per rendere uguali i punti di partenza, per correggere e compensare le disuguaglianze nelle opportunità, per dare a tutti gli strumenti e i mezzi per esprimere talenti e capacità.

Noi non siamo nati per essere il partito dell’establishment, come spesso ci vede il nostro popolo, snaturando la nostra identità. Noi dobbiamo essere il partito della militanza, della strada, del generoso e appassionato attivi- smo politico, dei circoli aperti al volontariato e all’impegno sociale di tante ragazze e ragazzi, il partito dove formarsi, pensare insieme, essere un cervello collettivo che prende le decisioni importanti: il partito della parte- cipazione democratica, capace di utilizzare i nuovi strumenti tecnologici, non solo per comunicare, ma per dare vita ad una comunità, ad una rete di circoli e iscritti che, attraverso una piattaforma digitale, possa costan- temente essere collegata e consultata.
Dobbiamo essere noi, il partito di chi non viene ascoltato, di chi si sente solo e senza protezione, a ricucire il tessuto sociale che si è lacerato per scrivere un nuovo patto nazionale, di unità e convivenza, di crescita per tutto il popolo italiano. La coesione è il puntello imprescindibile del principio di unità nazionale che dobbiamo rilanciare, riavvicinando quelle differenze culturali che sono l’essenza di una società pluralistica, e di appartenenza alla stessa comunità. Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, il partito della solida- rietà e del lavoro, teso a svolgere una funzione di inclusione sociale contro l’esclusione dei più deboli, dei più fragili, dei disoccupati, dei precari, di minori, stranieri, portatori di disabilità. In questi anni invece, il Partito Democratico ha perduto la “connessione sentimentale” con il suo popolo, indispensabile alla costruzione di una visione di cambiamento coerente con le condizioni del paese reale, e con le sue domande di giustizia sociale. Abbiamo perseguito la logica dell’uomo solo al comando, della rottura della concertazione e di quella vocazione all’intesa tanto cara ad un padre costituente come Aldo Moro, nella consapevolezza del valore del confronto come punto essenziale per la costruzione di una comunità nazionale.

Popolo è la parola da cui ricostruire il Partito Democratico, la parola più pregnante per individuare il soggetto collettivo che è il protagonista della Costituzione e della sua attuazione: ad esso appartiene la sovranità, in suo nome viene amministrata la giustizia, ad ogni suo componente, senza discriminazioni, la Repubblica riconosce diritti sociali e civili inviolabili, in primis quello al lavoro. Questa idea di coesione nazionale e sociale, che è stata fondamento della costruzione del Partito Democratico, è stata ridotta in questi anni alla teoria della rottama- zione, della selezione degli eletti per fedeltà al capo, dell’autosufficienza delle decisioni prese a colpi di mag- gioranza e della retorica contrapposizione fra forze dominanti e sconfitti, perdendo il senso della costruzione di una casa comune per la democrazia italiana.

Noi adesso, dobbiamo ricostruire questa casa comune, per unire un Paese diviso, anche da una visione ipertrofica dell’io solo al comando, con cui è stata intesa e costruita la leadership. Lo dobbiamo fare rimettendo al centro il tema della partecipazione democratica, nel Paese e nel Partito, laddove partecipare non vuol dire solo esercitare il voto, o prendere una tessera che non da diritto a nessuna reale discussione e decisione. Ma bensì, essere prota- gonisti della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese, per contribuire alle decisioni importanti. Dal 2009 ad oggi abbiamo dimezzato il numero di iscritti, da 800 mila a 400 mila del 2016. Qualcosa non quadra. Tale perdita di iscrizioni si somma ad un fenomeno patologico: la crescita esponenziale di iscrizioni durante il periodo congressuale. A tal proposito si potrebbe pensare di riservare il diritto di elettorato attivo agli iscritti che abbiano confermato la volontà di adesione per un biennio.

Partecipazione vuol dire passare dall’io al noi, essere un partito di popolo, aperto alla società, al civismo, alla partecipazione dei cittadini. E tutto questo attiene alla necessità di riconnettere la politica alle istituzioni, di riatti- vare i cosiddetti corpi intermedi, rispettandone la piena autonomia, di investire sul concetto di responsabilità sociale. La partecipazione attiene anche al rapporto fra i diversi livelli territoriali delle istituzioni e le comunità, e in questa dimensione pluralistica dei livelli di governo sancita dall’art.119 della Costituzione, si riconosce l’esistenza di contesti sociali ed economici bisognosi di interventi mirati, per riequilibrare il sistema complessivo attraverso politiche di perequazione. Pensiamo alle comunità dei territori in ritardo di sviluppo, soprattutto nel Mezzogiorno.

A Sud, dove il divario rispetto al resto dell’Italia è cresciuto in questi anni, l’aumento del disagio, della disoccu- pazione, della povertà, indebolisce il sistema dei diritti e la coesione sociale. Ciò rende indispensabile un forte rilancio degli investimenti pubblici, politiche di sviluppo innovative, non più contrapposte alla salute e all’ambi- ente, che coniughino il lavoro con il rispetto della vita umana e del creato.

La lotta alle mafie e alla corruzione rappresentano la prima battaglia da portare avanti, ogni giorno, dando il buon esempio e attraverso un capillare lavoro di antimafia sociale. Queste sono le ragioni di fondo che ci convincono dell’urgenza di aprire una nuova fase del Partito Democratico basata su linee programmatiche alternative a quelle prodotte in questi anni. La nostra è una proposta di programma aperta alla società, la consideriamo il punto di partenza di un processo di ampia partecipazione, che comunque ci impegniamo a sperimentare nel Paese. Avremmo voluto farlo già in questo Congresso, insieme agli iscritti ed agli elettori delle primarie, se avessimo potuto svolgere una conferenza programmatica come avevamo proposto. Ci proveremo comunque anche in queste poche settimane, perché siamo convinti, che queste idee possano essere il nuovo motore di crescita per l’ occupazione e per il rafforzamento dello Stato sociale, che possa restituire fiducia alla società italiana, accrescendo gli anticorpi democratici per respingere ogni forma di populismo, e al contempo i fenomeni destabilizzanti della corruzione, delle mafie, della criminalità.

Come diceva Enrico Berlinguer, “Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’essere umano, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.”

Questi sono i motivi, per cui mi candido alla Segreteria del Partito Democratico; perché amo l’Italia con tutto me stesso, perché l’Italia è il nostro partito!

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